«La stazione non è senz’altro un luogo per bambini!» pensò Dawnrose Mondale mentre attraversava il grande edificio brulicante di tipi sospetti quali assassini, puttane, zingari, nani e tanti altri personaggi che avevano senz’altro influenzato la fantasia del fu Fabrizio De Andrè, noto cantautore di vecchia data. Questa odierna Corte dei Miracoli era la stazione Alterageni, il luogo più adatto per chi desiderava essere infettato da ratti mutanti per ottenere sensazionali poteri (con molta, molta fortuna), oppure un surplus di orecchie e braccia (nella maggior parte dei casi) per ampliare il divertimento durante il celebre reality game cittadino “L’allegro chirurgo e il suo assistente gobbo™”.
La ragazzina si faceva strada tra maniaci chiusi nei loro impermeabili, tagliaborse, tagliagole e tagliaquellochecapitasottomano mentre le fioche luci bianche le illuminavano il viso.
Portava i capelli biondo platino e fucsia acconciati in stile glam rocker old school, lunghi e lisci ai lati del viso e dritti e tesi sopra la testa. I suoi grandi occhi scuri, seminascosti da una lunga frangetta, erano truccati pesantemente di fucsia, e aveva le belle labbra carnose coperte di un rossetto dello stesso colore. Indossava una maglietta nera e viola dei Cinderella che le arrivava sopra l’ombelico e un giubbotto di jeans senza maniche ancora più corto, una mini nera tenuta su da una catena sottile usata come cinta e da un eccentrico cinturone appariscente formato da grossi anelli, un paio di collant a righe orizzontali nere e fucsia, e due stivali da cowboy neri e argento con speroni inclusi. Al collo, appesi a tre catenine, portava una croce, due piastrine di metallo e un piccolo lucchetto, e aveva i polsi ornati da una moltitudine di bracciali di ogni taglia, forma e colore. Sulla schiena le ricadevano un cappello nero da cowboy e il suo inseparabile basso Fender™ per mancini, racchiuso nella sua morbida custodia scura.
Due anni prima, all’età di soli 12 anni, Dawnrose aveva fondato con tre amiche le Scrambled Dolls, gruppo glam rock di cui era cantante e bassista, e per il quale componeva tutti i testi e la maggior parte delle musiche.
La passione per il rock ‘n’ roll en travesti degli anni 70-80, si era accesa in lei alla tenera età di un anno e nove mesi, quando, mentre era impegnata nella difficile operazione di infilare plettri nella cassa della chitarra acustica di suo fratello Freddy, erano giunte alle sue orecchie le prime travolgenti note di “Strutter”, una hit dei maestri Kiss. Da allora aveva fatto del glam una ragione di vita, e la sua attitudine di bambina prodigio l’aveva aiutata ad affermarsi con facilità nel mondo della musica.
Evitato l’ultimo vagabondo che le intralciava il cammino Dawnrose uscì nella notte serena illuminata di luci bianche e rosse, e poté finalmente aspirare una boccata d’aria priva dei caratteristici umori pestilenziali che infestavano la stazione.
Camminava da alcuni minuti avvolta nell’atmosfera gioiosa della cittadina quando le sembrò di vedere un personaggio conosciuto.
Ma si, era proprio lui, Mark detto Willy, il vecchio amico di suo fratello, del quale si era invaghita la prima volta che lo aveva visto 13 anni prima e col quale faceva la civetta più o meno dallo stesso tempo (come tutte le sue capacità, anche quella di gattamorta era degna di una bambina prodigio).
«Mark!» gridò Dawnrose correndogli incontro.
«Dawnie! Che sorpresa rivederti! Che ci fai qui?» chiese Willy all’unica persona al mondo che lo chiamava col suo vero nome.
«Sono venuta a vedere Jack, no?» rispose la ragazzina con un sorriso.
Dawnrose non era una grande fan degli Osmoseuszod, anzi, a dire la verità non le piacevano proprio, ma Jack Gennarelli, il loro batterista, era il suo idolo. Jack suonava anche in un devastante gruppo glam, i Killerbabes, di cui era chitarrista e fondatore, e la piccola Dawnie aveva la camera tappezzata di poster di questo ragazzetto dai lunghi capelli neri, che faceva uso di ombretto, rossetto e smalto almeno quanto lei. Quando era con gli Osmoseuszod, nei quali era chiamato formalmente #1, il bel tenebroso portava una maschera bianca inespressiva, decorata con disegni neri intorno agli occhi e alla bocca, che gli conferiva l’aspetto di una bambola cadaverica.
Willy sorrise annuendo.
«Se lo avessimo saputo prima io e tuo fratello avremmo preso un biglietto anche per te!» disse.
«Oh, non fa niente. Almeno avrò l’occasione di vedere il famoso Firehouse. A proposito, dov’è quel matto di Freddy?»
«E’ stato con me fino ad un attimo fa, mi ha detto che sarebbe andato a cena fuori, probabilmente al 17 Re»
«Perché non mi porti lì, così gli facciamo una sorpresa?»
«Mi sembra un’ottima idea, andiamo!» rispose Willy con un sorriso.
Freddy aveva tra le mani il biglietto per uno dei concerti più spettacolari a cui avrebbe mai potuto assistere in vita sua. Il foglio di carta rettangolare era grigio, e recava la data dell’esibizione e la scritta “Osmoseuszod in concerto allo Psycho Cyrcus”, sormontata da una foto del gruppo ritratto in tutta la sua violenza espressiva. I nove componenti stavano lì in posa e guardavano Freddy con la solita espressione statica che caratterizzava le loro maschere. A Freddy piaceva la loro musica, violenta e distruttiva, i loro testi intrisi di rabbia verso l’indifferenza e la crudeltà del sistema, le loro maschere, differenti da membro a membro, le loro tute e il fatto che ognuno dei componenti avesse per nome un numero (il primo di loro era infatti #0, il dj, poi veniva #1, il batterista, seguito da #2, il bassista, e così via fino ad arrivare al cantante, che si faceva chiamare #8).
Dopo aver preso i biglietti, il nostro aveva salutato il suo amico e si era diretto al 17 Re, un celebre ristorante in cui era solito mangiare. Era praticamente un cliente fisso, e conosceva benissimo tutto il personale del locale. Conosceva in particolar modo Eve, una giovane cameriera invaghita di lui che ogni volta faceva di tutto per servire al suo tavolo.
All’improvviso sentì un fastidioso solletico all’altezza del petto, ed estrasse velocemente il telefono dalla tasca interna della giacca, che continuò a vibrare nella sua mano. Leggendo il nome sul piccolo schermo provò un’istantanea sensazione di desolazione interiore, unita al forte impulso di lanciare con violenza l’oggetto contro il muro al suo fianco. Depressione e rabbia erano infatti gli elementi che si scatenavano in lui ogni volta che riceveva una chiamata dalla persona che aveva ormai inevitabilmente associato all’insistente fastidio provocato dalla vibrazione del telefono contro la pelle.
Attese un bel po’ di secondi, nella debole speranza che la sua aguzzina si convincesse del fatto che lui era per chissà quale motivo impossibilitato a rispondere, ma poiché non poteva restare in eterno con il telefono semovente (facoltà concessa ai telefoni cellulari dal potere vibrante), premette a malincuore il tasto che avrebbe dato il via ad almeno 10 minuti di grande paranoia.
«Pronto?» la voce di Frances Teslay era più lamentevole e odiosa del solito.
«Pronto…» rispose Freddy con voce flebile, già aspettandosi la solita domanda idiota.
«Che fai?» la domanda arrivò come previsto.
«A dire la verità stavo camminando… niente di speciale, sai com’è.»
«Ah…»
Frances stette qualche secondo in silenzio, poi riprese:
«Allora?»
«Allora cosa?»
Ancora silenzio.
«Ma ti rendi conto?» disse la voce piagnucolosa e stavolta alquanto irritata di Frances.
«Di cosa?»
«No, dico, ti rendi conto?»
«Ma di cosa dovrei rendermi conto?» disse Freddy con incazzatura in crescendo.
Seguì un silenzio che a Freddy sembrò interminabile. Durante l’attesa il nostro sospirò per il suo prezioso tempo che volava via inutilmente.
«Senti, io non so che dire!» esclamò lei.
«Allora non dire niente e smettiamola di perdere tempo inutilmente. Non so se te ne sei accorta, ma non ci siamo detti praticamente niente.»
«Ah, è questo che vuoi? Che smetto di chiamarti? Guarda che basta dirmelo, se vuoi non ti disturbo più.»
Freddy incassò la prevedibile conclusione e si accinse a risponderle come di solito faceva in questi casi:
«Ma no… non intendevo questo…» disse con una voce che era diventata di colpo più dolce e paziente «Lo sai che non vorrei affatto una cosa del genere… è solo che andavo di fretta, insomma, mi hai interrotto mentre stavo andando ad un appuntamento, e sono già in ritardo…»
«Va bene, ho capito.» anche la voce di Frances ora era cambiata, si era fatta meno irritata «Comunque scusa… spero che tu ti renda conto del fatto che non ci vediamo da 6 mesi… ci sentiamo così poco… poi anche quelle poche volte che ti chiamo tu non parli… sei così freddo… scusami, forse sono io ad essere invadente, ma lo sai che ti amo… e invece ti sento così lontano… non è che hai qualcosa da dirmi? Per favore, non dirmi che ti sei stancato di me… io…» a questo punto le parole di Frances furono sovrastate nella mente di Freddy dalle parole di una canzone dei Dark Tranquillity, che il nostro povero ascoltatore iniziò a cantare tra sé e sé. Il pensare intensamente a delle canzoni era l’unica difesa che il poveretto aveva contro la minaccia telefonica che era quella ragazza.
Il nostro aveva incontrato Frances parecchi anni prima, ad Alum Mine, un paesino molto distante dalla sua attuale città di residenza. Aveva intrapreso con lei una relazione, e quando era partito senza neanche sapere quando avrebbe fatto ritorno, lei gli aveva giurato amore eterno, e gli aveva regalato una maglietta recante la frase di un celebre cantautore, che diceva “Quando ti sei rotto del luogo in cui sei, vieni qui da me che almeno cambi aria”. Non appena lo skyline di Alum Mine era scomparso dalla vista di Freddy, che aveva la testa appoggiata al finestrino del treno che lo stava riportando a casa, il telefono cellulare aveva iniziato a vibrare sinistramente. Nel rispondere, il nostro sentì un brivido freddo dietro la schiena… un oscuro presagio cercava di dirgli che la tortura telefonica era iniziata, e che lo avrebbe tormentato per molti anni a venire.
Il silenzio di sottofondo attestava che Frances aveva finalmente finito di parlare, e che stava attendendo una sua risposta.
«Va bene… allora, ci si sente, Fran!» esclamò Freddy con questa classica affermazione universale.
«Chiamami appena puoi, Fred. Ti amo.»
«Ok, mi faccio sentire al più presto. Ciao.»
«Ciao.» replicò Frances con un sospiro.
Il vecchio Freddy premette con sollievo il tasto rosso e mise il telefono al suo posto con gesto liberatorio, mentre riprendeva a camminare con i nove tipi mascherati che lo fissavano dal biglietto che aveva ancora in mano.
Giunto davanti alla grande porta a vetri del ristorante, ripose il biglietto nella tasca posteriore dei jeans ed entrò.
Il bar era quasi vuoto, quella sera. Due tavolini erano occupati rispettivamente da una coppia di vampiri dark che amoreggiavano silenziosamente e da un distinto signore in giacca, cravatta, cilindro e monocolo che leggeva un giornale sorseggiando di tanto in tanto il suo caffè. Era occupato anche un terzo tavolino, al quale sedevano da una parte un ragazzo alquanto robusto con i capelli color paglia raccolti in una lunga coda, e dall’altra un ragazzo più magro con i capelli neri non troppo corti, portati all’indietro, che ricadevano arricciandosi dietro le orecchie.
Erano Eddy e Roger, detective in erba e assidui frequentatori del Firehouse, e in particolare del suo bar. La strana coppia era entrata da poco a far parte della “Murders & Horns” la più famosa agenzia investigativa specializzata sia nel campo dei delitti che in quello delle scappatelle extraconiugali (molto spesso campi collegati tra loro), ed era alla disperata ricerca di un caso da risolvere.
«Guarda quello» disse Roger indicando l’uomo col monocolo, «Non è un tipo insolito per un posto come questo?».
Eddy guardò oltre le spalle del suo compagno mentre mescolava con la cannuccia il suo Gene Simmons all’arancia rossa.
«Inquietante» rispose.
Roger finì con una sorsata il suo Ace Frehley alla papaia blu e disse:
«Lasciamo stare quel tipo… si è fatto tardi, forse è meglio che andiamo. Avevo intenzione di tornare a casa presto. A proposito… tu non dovevi andare a cena fuori con Danielle?»
«Certo che devo.» replicò Eddy terminato di bere «Comunque non ora. Devo vedermi con lei tra un paio d’ore… dai, andiamo a fare un giro!»
«Veramente domattina dovrei alzarmi all’alba per innaffiare le piante del mio balcone… volevo andare a dormire...»
«Su, dai, solo per un paio d’ore, poi ti riaccompagno a casa con la macchina!»
«Ok, mi hai convinto, andiamo.» rispose Roger con una leggera nota di rassegnazione nella voce.
I due si alzarono, si rimisero impermeabile e cappello, e pagato il conto si diressero verso l’uscita. Passando attraverso lo stock non riuscirono a non notare una splendida commessa dai lunghi capelli neri china sul bancone con una mano sotto il mento. Aveva gli occhioni scuri persi nel vuoto in espressione meditativa... chissà a cosa o a chi stava pensando, si chiesero.
Nato inizialmente come negozio di dischi e strumenti musicali, al locale erano presto stati aggiunti una sala con bar, tavolini e sedie, e uno stock dove poter acquistare magliette, poster, gadget e biglietti per i concerti. All’interno del locale luci psichedeliche al neon illuminavano le rosse pareti tappezzate di foto di gruppi, di strumenti e di riproduzioni giganti di copertine di quei dischi che avevano lasciato un segno indelebile nella storia della musica.
La prima volta che Sharon ci aveva messo piede aveva deciso che era lì che voleva lavorare.
Era arrivata da poco in città, e cercava un impiego rilassante che non la tenesse troppo lontana dalla sua passione per l’arte. Poetessa e pittrice, aveva viaggiato a lungo, sempre alla ricerca di nuovi stimoli, e la singolare città in cui era arrivata era per lei deliziosamente bizzarra.
Stava riponendo sullo scaffale una maglietta degli Skid Row che un tale aveva provato e non comprato quando la porta del locale si aprì per lasciare entrare due tipi dai capelli lunghi che sembravano uno il negativo dell’altro. Quello bruno, di poco più alto del suo compagno, aveva una giacca nera sopra una camicia dello stesso colore, jeans scuri e Converse™ nere, il biondo invece indossava una camicia bianca senza giacca, un paio di jeans sbiaditi e Converse™ azzurre e bianche. Entrambi portavano la cravatta.
Quello con i capelli scuri salutò con uno strascicato «Buonasera» senza rivolgersi a nessuno in particolare e si accinse a richiudere la porta dietro di sé, mentre il biondo si avvicinava al bancone.
«Salve» disse con voce piatta.
«Buonasera. Cosa vi serve?» chiese Sharon con un sorriso.
«Due biglietti per il concerto degli Osmoseuszod» rispose il ragazzo dai capelli biondi mentre il suo negativo stava fermo dietro di lui e si guardava intorno accarezzandosi con il dorso dell’indice la corta barba sotto il mento.
«Ecco a voi, fanno 60 €» disse la ragazza dopo aver preso i biglietti da sotto il bancone, con gli occhi fissi sul ragazzo bruno che non l’aveva degnata di uno sguardo.
Li guardò entrambi allontanarsi e uscire dal locale mentre il taciturno ragazzo dai capelli scuri emetteva con voce flebile un freddo «Arrivederci» dandole le spalle.
Si mordicchiò le labbra pensosa.
Mark Chuffrey, chiamato da tutti Willy per motivi noti solo a pochi eletti, conosceva il nostro Freddy praticamente da sempre. Fisicamente erano quasi l’opposto: Willy aveva capelli biondi, occhi castano chiari tendenti al verde e lineamenti più delicati di quelli di Fred, ma mentalmente erano straordinariamente compatibili.
I due avevano a un tempo tutte quelle caratteristiche in comune e quelle differenze che rendono possibile tra due persone la nascita di un’amicizia fraterna; amicizia, la loro, che aveva fatto sì che si trovassero insieme nella maggior parte degli eventi importanti della loro vita, così nella buona sorte come nella cattiva.
Willy era sotto la doccia quando il telefono squillò. Imprecò tra sé e sé, chiuse l'acqua, aprì la porta scorrevole e messosi un asciugamano attorno alla vita si precipitò a rispondere con i lunghi capelli grondanti d’acqua. Alzò la cornetta e rispose con la sua voce roca.
«Pronto? Chi parla?» chiese, anche se sapeva benissimo chi c’era dall’altra parte della cornetta. Ci aveva messo un bel po’ di tempo per uscire dalla doccia, e sapeva che al mondo c’era una sola persona capace di far squillare il telefono per interi minuti, prima di riattaccare.
«Ciao, sono io. Ho letto la tua e-mail… dobbiamo andarci per forza. Un’occasione così non ci capita più, senti a me!» disse Freddy con la solita frenesia gioiosa che trasudava dalla sua voce in queste occasioni.
«Va bene, allora vediamoci stasera… andiamo a prendere i biglietti.» replicò Willy con l’ignava piattezza che caratterizzava la sua voce quando parlava al telefono.
«Ok, ci si vede!»
«Certo. A più tardi.»
Riattaccò e tornò in bagno per asciugarsi i capelli.
L’ascensore saliva lentamente, quasi controvoglia, emettendo i soliti inquietanti grugniti metallici che puntualmente facevano sì che Freddy avesse le spalle accarezzate da una lieve sensazione di freddo, durante i pochi secondi che lo separavano da casa. Il nostro era in piedi, immobile, il peso del corpo sulla gamba destra, e osservava la sua immagine sfocata e a stento riconoscibile riflessa nella porta di metallo davanti a sé.
La porta si aprì automaticamente, e fatto un passo fu avvolto dalle pareti color pistacchio del pianerottolo; si diresse verso l’entrata del suo appartamento mentre lo scorbutico ascensore si richiudeva borbottando dietro di lui. Introdusse la chiave blu nella fessura e pose le dita sulla sagoma gommosa a forma di mano; con un bip prolungato e un sorriso la porta gli comunicò di aver riconosciuto il padrone di casa, e si aprì di scatto verso l’interno.
Si chiuse la simpatica porta alle spalle e per un attimo abbracciò con lo sguardo l’intero salotto.
I due divani di pelle rossa, il tappeto arancio e viola con sopra il tavolino di vetro, lo stereo, il televisore, la grande libreria di legno e i quadri appesi alle pareti azzurre; era tutto come l’aveva lasciato. Anche questa volta i coccodrilli non avevano avuto modo di entrare.
Quattro stanze costituivano il suo appartamento: salotto, cucina, bagno e camera da letto. Si recò in quest’ultima mentre le bianche finestre si aprivano automaticamente al suo passaggio.
Si levò la giacca nera e la posò sul letto, si girò e guardò la sua figura riflessa nello specchio situato sulla porta dell’armadio. Un viso sottile incorniciato da lunghi capelli castani, occhi neri, un naso un po’ lungo e leggermente arcuato, labbra carnose e occhiaie perenni: questo era, in breve, il nostro Freddy, che, anche a causa della sua andatura un po’ strascicata, dava l’impressione di essere un tipo il cui unico scopo nella vita era quello di trovare un letto su cui schiantarsi per riposarsi da chissà quale eterna stanchezza.
Squadrò se stesso da capo a piedi: camicia nera, cravatta rosso sangue allentata a dovere, jeans blu scuro e Converse All Star™ nere della serie “Leather”; decise che tutto era al suo posto, si diede con le mani una sistemata ai capelli, prese il telefonino dal comò e, passando nuovamente per il salotto, si diresse in cucina. Aprì il mobile che sovrastava la lavastoviglie e ne tirò fuori una Tortina Loacker™ alla nocciola (da sempre il suo cibo preferito) mentre componeva il numero di Willy, suo amico fraterno fin dai tempi della scuola per poppanti.